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Fino al 30 Maggio 2021

Fino al 30 maggio la Galleria d’arte Ellebi ospiterà la mostra on-line dello scultore Giovanni Talarico dal titolo “Maneggiare con cura”.

“La sua è un’opera il cui sviluppo evolutivo si intreccia al tempo dell’esistenza, alla realtà quotidiana, segnata, scandita dalle inderogabili leggi del consumo, dalla riduzione di tutto a merce, dall’esaltazione dell’effimero. La lucida consapevolezza della incredibile fragilità dell’essere umano caratterizza l’esperienza creativa di Talarico; un essere umano, coinvolto nei modi economici e sociali della produzione, sempre sospeso tra opposte alternative, tra caduta e salvezza, tra grandi conquiste che producono lampi di luce e vortici di tenebre; preso in un continuo conflitto tra civiltà e natura, che ripropone, nella sua lacerante angoscia, il problema della coscienza e dei valori fondamentali del vivere. Così, nella serie dei Contenitori, la parola “Fragile” diventa elemento connotativo, marca distintiva, metafora dell’uomo stesso, colto in tutta la vulnerabilità del suo essere figlio dei tempi, di una situazione storica; fragile come le merci più preziose e delicate, ma oggetto esso stesso di mercificazione”.

(Teodolinda Coltellaro,  2010)

Oltre venti opere che raccolgono il lavoro degli ultimi dieci anni dello scultore calabrese dalle strutture a parete in alluminio e bronzo fino ai container, parallelepipedi in acciaio che mani segnate dalla condizione umana cercano di sostenere, “uomini supini che, come scrive Fabio Avella nel testo critico della mostra, sorreggono inermi il grave peso del potere, raccolgono le forze nella quotidiana sussistenza per soddisfare le inique esigenze di un immorale volontà. Enormi involucri gravano sugli stremati muscoli e schiacciano l’orgogliosa dignità, per un gioco meschino e segnato da una condizione sproporzionata della manifestazione del potere.

Per Giovanni Talarico, infine, il rapporto scultoreo in questa ultima produzione è strettamente legato al suo contatto quotidiano con gli alberi e il bosco.

Scrive ancora Fabio Avella “Egli si nutre del calore trasmesso dalla conoscenza diretta con queste forme viventi. Un rapporto connesso con il sistema naturale che lo circonda, un rapporto empatico con il soggetto della sua rappresentazione figurale. Che non è riducibile solo ad una percezione sensoriale ma un rapporto più profondo che genera il calore evolutivo. Il soggetto, che è mediato dall’oggetto e talvolta da esso estromesso completamente, è il punto centrale della genesi dell’opera, è il pensiero principale da cui nasce l’esigenza della creazione. Quell’albero diviso, sezionato, mutilato ed estirpato, che compiace alla società del consumo, che soddisfa la smania di possesso. L’artista muove il suo sforzo verso una denuncia all’appropriazione del patrimonio naturale che viene sottratto al suo ambiente, per essere simbolo del potere economico e sociale di chi se ne appropria. Una violenza perpetrata per soddisfare una mera esigenza segnica senza alcuna utilità collettiva, che ha il solo scopo di veicolare il valore sociale e la classe di chi lo possiede.”

 
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Maneggiare con cura, di Fabio Avella.

 

Riflessioni sulla fenomenologia oggettuale nell’opera di Giovanni Talarico.

Metalliche e lisce superfici annichiliscono il pieno del soggetto, ne distruggono la funzione elementare ed essenziale, la condizione naturale.

La sofisticata e precisa valenza dei piani, ripartiti come comparti delimitanti, racchiude una precisa logica geometrica che sovrasta la difforme e complessa struttura del normale. Relegando, così, la rappresentazione dell’elemento ad una circoscrizione, ad un imbrigliamento, ad una incapacità del movimento.

Il mutante e mutevole albero, di tronco robusto e dinamico, rugato, stabile e operoso, risiede mutilato in un innaturale stallo. La ricca e verdeggiante chioma, che dona verbo al vento, è muta e ripartita in sterili contenitori: stride silente. Solitaria è sradicata dal suo mondo, soggiace alla perversa e miserabile condizione dell’artefatto.

Lastre fossili sono memorie artificiali di un’orma, di un passaggio, di una deposizione; sagome tassonomiche di un’idea organica che ha lasciato il suo spazio: il ricordo armonico di un ciclo ormai interrotto, estirpato.

Uomini supini sorreggono inermi il grave peso del potere, raccolgono le forze nella quotidiana sussistenza per soddisfare le inique esigenze di un immorale volontà. Enormi involucri gravano sugli stremati muscoli e schiacciano l’orgogliosa dignità, per un gioco meschino e segnato da una condizione sproporzionata della manifestazione del potere. Bottiglie accartocciate giacciono su supporti asettici, volumi indefiniti, strutture inutili, amorfe, dis-identitarie. Parallelepipedi funzionanti all’omologazione, icone di una società a una dimensione[1].

Tali strutture diventano la fisionomia di una condizione precaria che inscatola il contenuto. Il contenente diviene valore autonomo e limita le parti del significato divenuto: separato, parcellizzato, sezionato.

Scatole, involucri, imballaggi si configurano come oggetti autosufficienti, identitari. Contenitori che sottraggono alla sostanza sia la percezione che ogni aleatorietà alla sua presenza, alla sua posizione nel mondo[2]. Un’incertezza che sostanzia la reale funzione del ciclo della vita, indeterminatezza annullata da una certa e definibile esigenza innaturale.

L’oggetto, che Giovanni Talarico lavora abilmente in lamine che si definisco in piani geometrici, in volumi organizzati e risolti nello spazio, o in metallo stropicciato che fluisce agile negli interstizi del vuoto, è il feticcio della contemporaneità: la messa in opera della sua verità. Nel senso di farci vedere in che modo accadono e vengono alla presenza le condizioni storiche determinanti per il suo esserci[3]. E qual è il suo esserci? Esso risiede precisamente nell’appropriazione dello spazio figurale e nella preminenza della sua presenza nella sfera merceologica e consumistica.

Quindi l’oggetto – pacco scatola imballaggio -, che per Roland Barthes, a proposito della cultura giapponese, è un atto di attenzione e di riguardo, per Giovanni Talarico è l’elemento necessario della società dei consumi. Tant’è che gli subordina persino il soggetto nella rappresentazione figurativa e nell’espressione artistica; e direi a ben vedere, vista la loro abnorme produzione. Va da sé il rimando ad una della maggiori aziende nate in seno alla globalizzazione che si è specializzata nell’impacchettamento di scatole. Le stesse che l’artista realizza come il simbolo essenziale della rappresentazione contemporanea. Dove, esse, non sono l’esaltazione estetica esteriore della società dei consumi, come nella Pop Art, ma l’esaltazione estetica della costruzione che ne definisce lo spazio: si valorizza un oggetto creandogli attorno del vuoto[4].

La loro necessità a questo punto diviene funzionale, che non qualifica ciò che è conformato a un fine, ma ciò che si è adattato ad un ordine o a un sistema: la funzionalità è la capacità di integrarsi in un insieme[5]; la stessa che lega l’oggetto al soggetto e che Talarico fonde abilmente in opera d’arte.

Il soggetto, che è mediato dall’oggetto e talvolta da esso estromesso completamente, è il punto centrale della genesi dell’opera, è il pensiero principale da cui nasce l’esigenza della creazione. Quell’albero diviso, sezionato, mutilato ed estirpato, che compiace alla società del consumo, che soddisfa la smania di possesso.

L’artista muove il suo sforzo verso una denuncia all’appropriazione del patrimonio naturale che viene sottratto al suo ambiente, per essere simbolo del potere economico e sociale di chi se ne appropria.

Una violenza perpetrata per soddisfare una mera esigenza segnica senza alcuna utilità collettiva, che ha il solo scopo di veicolare il valore sociale e la classe di chi lo possiede. Gli alberi, per esempio gli ulivi secolari della Puglia, vengono acquistati per soddisfare l’ego di milionari che li prelevano per posizionarli come totem nei giardini delle proprie lussuose dimore. Questi esseri viventi vengono eradicati, recisi di parti del corpo e inscatolati in casse di legno, per poi essere spediti in varie parti del mondo. Come ogni merce che soddisfa la volontà di possesso di chi è in grado di acquistarla e segue la semplice regola dell’economia liberista: tutto è governato dal valore economico, finanche i bisogni primari dell’uomo e i complessi equilibri naturali. E ciò, in realtà, non è una manifestazione della libertà, se non quella di possessori e ci limita all’emancipazione di avere altre cose illimitatamente: resta solo possibile un progresso sulla scala degli oggetti, ma tale promozione è senza senso, dal momento che è essa stessa che alimenta l’astrazione inaccessibile del modello[6].

Per Giovanni Talarico, infine, il rapporto scultoreo in questa ultima produzione è strettamente legato al suo contatto quotidiano con gli alberi e il bosco. Egli si nutre del calore[7] trasmesso dalla conoscenza diretta con queste forme viventi. Un rapporto connesso con il sistema naturale che lo circonda, un rapporto empatico con il soggetto della sua rappresentazione figurale. Che non è riducibile solo ad una percezione sensoriale ma un rapporto più profondo che genera il calore evolutivo. Un processo fondamentale per sviluppare il libero pensiero, dove l’essere umano non si sostituisce a Dio, dopo la sua morte, non vuole creare il mondo, ma lì dimora volendo com-partecipare al suo sviluppo, come metodo di sperimentazione. Una predisposizione guidata dall’interesse verso le cose che ci circondano, che ci accompagna ad una consapevolezza della nostra evoluzione. Quindi non una attitudine alla sensibilità ma più precisamente un processo formativo culturale.

Senza titolo, 2007, acciaio inox e vetro, cm 320 c.a.

        Doppleschwand, Lucerna, Svizzera

[1] Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, 1964.

[2] Roland Barthes, L’impero dei segni, 1970.

[3] Pietro Montani, Bioestetica. Senso comune, tecnica e arte nell’età della globalizzazione, 2007.

[4] Jean Baudrillard, Il sistema degli oggetti, 1968.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7] Joseph Beuys, Cos’è l’arte?, a cura di Volker Harlan, 2011.

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